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Con leggerezza vivere la pienezza, seguendo la riconversione delle nostre vite in un recupero di spazi di luoghi e di larghezza di tempi. La socialità come condivisione, quindi determinata dalle relazioni, che necessitano di tempo\incontri, di costanza, anche di sacrificio nell'amicizia. Ma che portano a corredo di legami forti una ricchezza di completamento e di realizzazione personale che nessun'altra forma può fornire. Dilatare i tempi, approfondire le relazioni, invece di correre veloci in superficie inseguendo ombre. Farsi suggerire da questa rinascita personale il percorso del giorno, le scelte da compiersi, i confronti da accogliere e su cui edificarsi. Scegliendo la via della identità itinerante, della tradizione storicizzata. Non qualcosa da rinchiudere dentro i musei, da osservare in un tempo ristretto in cui si compie un allontanamento siderale, ma tutto ciò che siamo e con il cui contributo vitale, coerente, contemporaneo, costruiamo l'identità che avremo domani. In cui ci sia il passato, ma anche noi, come traccia coerente di quel percorso iniziato chissà quando. Opporre alla modernità fraintesa arrogante e subita, il primato complesso della scelta, la fedeltà alla natura umana, con la sua molteplicità, saggezza, sobrietà, sensibilità. Attraverso la pratica della conoscenza e della cultura. Il travaso del sapere composito nella pratica quotidiana, come indirizzo della società. Non esiste un comportamento inadatto, ma società opinabili. In questo sistema ogni comportamento critico si considera irrealistico, utopico, folle. Ma è la società diversa che si va costruendo, sullo sguardo reciprocamente donato, sul pasto condiviso, sul mare di una musica recuperata, conosciuta ed innovata. E a fine del giorno il sonno sarà ugualmente pesante, ma i sogni saranno colorati, limpidi, trasparenti.

Dante Duchi

Presidente CEntro Studi Tradizione e Ambiente (CESTA)

Alla banca

Pizziche e canti di San Vito dei Normanni

Parlar bene di banche dedicandogli persino un cd è, di questi tempi, quantomeno bizzarro. Ma per fortuna parliamo di una banca diversa. E’ questo il nome che in Salento, ed in buona parte del Mezzogiorno, si dà al tavolo da pranzo. Esso ha rappresentato il punto di incontro della musica qui proposta, musica di convivialità e non di spettacolo e protagonismo. Ed alla nostra banca c’è l’amicizia fra due famiglie che nel tempo si frequentano assiduamente con la naturale colonna sonora della musica sanvitese di tradizione, visti gusti e storie delle persone in questione. Vicino ad un camino o nelle sere d’estate era stata la profonda umanità e la spontaneità di Vincenzino Vita, l’ultimo mandolinista delle tarantate sanvitesi, il cemento di questa unione. La storia più recente parla di una vendemmia e di un negramaro di inaspettata qualità al centro della banca. E con il vino nuovo han cominciato a nascere canti e pizziche nuovi, come a scivolar fuori dal cappello magico della musica tradizionale. Per non dimenticare quello che di volta in volta veniva fuori ci siamo organizzati con un attrezzo digitale che registrasse; un orecchio in più con una ottima memoria in un angolo della stanza. Abbiamo scelto alcune delle tante cose suonate nelle domeniche e nelle sere dopocena fra l’autunno 2008 e l’inverno 2009. Questo cd rappresenta la nostra foto in formato musicale di quel periodo e si compone di brani vecchi e nuovi registrati durante e dopo cene, pranzi ed infornate in campagna. Facendo così e non usando studi di registrazione abbiamo cercato di conservare la freschezza di certa musica locale; rendere l’idea di quanto essa sia viva a tutt’oggi se ancorata ad antichi usi e ad una visione della vita che è relazione fra persone, che sentono la semplicità del vivere e l’essenzialità delle abitudini come valori. La musica diventa una espressione coerente di ciò. I pezzi riportati non sono così mortificati da interminabili prove e riprove. Non sarà eccellente la qualità del suono, comunque buona, ma è stata almeno conservata quella caratteristica prima della musica tradizionale: la sua naturalezza, la capacità di proporsi uguale ma sempre diversa, l’infinita bontà di questa musica di lasciar fare al suonatore o al cantore il proprio gioco, all’interno di certe regole. La scelta di far circolare queste musiche è stata decisa per essere testimonianza di un’aggregazione diversa dai soliti modelli, che possa unire “minoranze inquiete di persone semplici” per dirla con Caffi, critiche verso una società dei consumi che digerisce ed espelle tutto, anche la sua umanità. Il fatto che questa piccola, minuta storia sia nata a San Vito, “isola musicale” unanimemente riconosciuta, che conta un vasto repertorio di antichi ballabili, canti e pizziche, non è un caso. Il forte retroterra di musica tradizionale rappresenta il nostro concime organico, per chi ha voglia e fortuna di farsi “sporcare”. Nell’intimo questa musica la sentiamo come cosa viva sia quando si eseguono i “classici”, sia quando da questi nascono nuovi brani incardinati nella tradizione. Ed in particolare quando essa viene partecipata senza palchi di sorta. Troppo spesso purtroppo si vedono condizioni che stridono: quando è enorme la distanza fra chi suona e chi ascolta, quando lo spettacolo diventa l’espressione di questa musica. Quando essa non nasce dal piacere di suonare quando se ne ha voglia ma è esibizione contrattata, comprata, dovuta. Per quanto riguarda le pizziche si è scelta la forma essenzialmente strumentale, tralasciando la parte vocale, come per lo più era nella tradizione della squadra di terapia dei fratelli Costantino e Vincenzino Vita. Trovarsi nella bottega di via Tasso di Vincenzino all’ora dei tramonti invernali, quando il giorno si acquieta e diventiamo tutti più lenti, era come tornare indietro nei decenni. Appena ti vedeva entrare salutandoti con il suo largo sorriso già si avviava nel retro a prendere gli strumenti. Non c’erano tamburelli e non c’erano canti. Nella sua bottega di barbiere come in quella del fratello Costantino, si suonava con strumenti a corde e le pizziche non richiedevano l’uso del tamburello, come avveniva nella terapia o nelle feste. La pizzica da barberia non era neanche più una musica da ballo. Era musica d’ascolto, prima di tutto per chi la suonava. Le due mazurke sono di quelle senza fine, circolari, la cui chiusura prelude ad un nuovo inizio. Si è voluta seguire questa caratteristica che era propria dei ballabili di Vincenzino. Anche nei saluti succedeva la stessa cosa, l’ultima frase aprendo ad un nuovo capitolo e così si andava su e giù per il largo marciapiedi della sua via. I canti qui presentati sono prima di tutto racconti, sogni, profumi di cucina, lamenti. Da un ricordo, un’idea, una fantasia, le parole si sono composte naturalmente a formare frasi che incrociavano suoni, melodie, ritmi dentro di noi. Gli strumenti usati sono quelli che abbiamo imparato a suonare da ragazzini ad orecchio e sono quelli da sempre in uso per questa musica. Il mandolino seguendo le linee melodiche delle antiche pizziche sanvitesi sviluppa dei percorsi nuovi. Nel caso delle pizziche ReLa viene utilizzato in maniera sistematica e circolare il cambio di tonalità che di volta in volta rigenera il pezzo, sul modello della antica e bellissima pizzica sanvitese a Sol Mi. La chitarra si tiene sulla pennata stretta e decisa, a volte graffiante, come ci hanno trasmesso i grandi vecchi di questo strumento. In era pre-plastica una certa difficoltà a reperire plettri resistenti di altro materiale aveva fatto diffondere una tecnica di accompagnamento a “pizzico”, oggi quasi scomparsa, che qui viene usata nella antica pizzica sanvitese a SolMi. Il violino nella Originaria (pizzica tradizionale sanvitese in La min) ed in quella a SolMi ci racconta di come questo strumento fosse il principe della terapia nel nostro paese. Ascoltandolo si capirà perché fosse tanto richiesto per la cura dai parenti in cerca di suonatori disponibili. Con il suo timbro insostituibile, invasivo e “cruento” , effettuava una sorta di intervento chirurgico sul male, capace di scavare negli angoli più oscuri della mente. La tecnica del tamburello è quella della duina presente non solo a San Vito ma anche in tutto l’alto Salento, con il colpo (lu cuerpu) al centro dato con la punta delle dita. La terzina nasce sporadicamente dalla giusta tensione della mano che porta il tamburello. E’ questa una tecnica che si adatta alle nostre pizziche da sempre ricchissime di note, mal affiancate dal “rullato” del basso Salento che copre quella vivacità melodica. D’altronde non a caso è il nostro modo di suonarlo nei secoli, anche se risulta difficile reperire giovani con questa tecnica, molti di essi frequentando corsi in cui vengono impostati già alla leccese fin dall’inizio.

Chitarra e voce: Anna Maria Vita. Anna Maria è figlia di Vincenzino Vita, il mandolinista barbiere-arrotino scomparso a 85 anni nel 2005 e fatto conoscere al grande pubblico della pizzica dalla ricerca sul tarantismo sanvitese “Tre Violini” pubblicata nel 2002, di cui fu uno dei protagonisti permettendo di salvare tutte le frasi musicali della pizzica in La minore e della pizzica a Sol Mi, quest’ultima completamente scomparsa dall’uso. Anna Maria all’età di 12 anni fu affidata per la chitarra alla scuola dello zio Costantino, il barbiere polistrumentista e caposquadra del tarantismo. Era la sua barberia una sorta di scuola popolare per la musica tradizionale in particolare per il mandolino e la chitarra. Prima di Costantino e fino agli anni cinquanta questo ruolo era svolto da Leonardo Bernardi, grande virtuoso del mandolino. Costantino Vita raccolse il testimone insegnando in maniera sistematica a diversi di coloro che oggi suonano questa musica in paese e che hanno fra i 65 ed i 40 anni. Ciò ha garantito la presenza costante di suonatori, con una tradizione perpetuatasi senza bisogno di revival.

Mandolino: Fernando Giannini. Già conosciuto per le ricerche sul tarantismo e sui canti tradizionali effettuate nel territorio sanvitese, Fernando ha iniziato a suonare prima sotto la guida dell’ottantenne falegname Vincenzo Grassi per poi proseguire nella barberia di Costantino Vita.

Tamburello: Giovanni D’Agnano. Giovanni si è avvicinato da circa un anno a questo strumento. Stimolato dall’acquisto di un bel tamburello di Nino Sancesario di Nociglia, anziano costruttore tradizionale da pochi anni scomparso, ha seguito la tecnica tradizionale sanvitese di accompagnamento, capovolta rispetto alle modalità basso-salentine. Giovanni è anche colui che ci ha risolto non pochi problemi con il computer della registrazione ingaggiando veri e propri duelli con programmi e marchingegni sonori.

Violino: Alberta Giannini. A quattro anni Alberta ha iniziato a mettere le mani su un piccolo violino cinese suonando fino all’età di dieci anni solo “ad orecchio” con un metodo che si basava su facili musiche popolari. A dodici anni comincia a frequentare il conservatorio dove è iscritta al settimo anno. Ha fin da bambina suonato pizziche e ballabili sanvitesi trasmessigli dal padre. Ha avuto la fortuna di poter suonare con l’ultimo violinista del tarantismo, il barbiere Gigi Stifani di Nardò.

 

Alla banca

Folk music from San Vito dei Normanni

 

Nowadays talking about banks and dedicating them even a cd is strange at least.

However we deal with a different table.

Actually “banca” means a spread table in Salento as in almost all the South of Italy.

It was used to be the centre of the kind of melody here proposed, convivial songs which are far from any desire to be in the limelight.

At our “banca” there is a friendship between two families that start spending some time together having as natural soundtrack the traditional song of San Vito, weaving their stories and tastes.

Close to the fireplace or in the summer nights it was the deep humanity and spontaneity ofVincenzino Vita, the last mandolinist of the “tarantate” of San Vito, the cement of this relationship.

The most recent story instead deals with a grape harvest and a “negramaro” particularly good in the middle of the banca. Thus, together with the new wine, new songs and new pizzicas start coming, as they slipped out of the magic hat of the popular music.

As songs were brought out more and more around the table, we have started using a digital stuff, as another ear in a corner, to record them.

We have made a selection of musical extracts among what has been played during the Sundays and in the evening of autumn 2008 and spring 2009. This cd looks like a musical picture ofus in that period and includes old and new pieces recorded during dinners, lunches and grills in the country.

We have tried to preserve the freshness and genuineness of our local/ethnic music, keeping it alive today since rooted in old habits and linked to a vision of life as a relationship among persons who feel the simplicity of living and the essentiality of customs as values.

Songs become a coherent expression of this feeling.

We have tried to preserve the freshness and genuineness of our local/ethnic music, keeping it alive today since rooted in old habits and linked to a vision of life as a relationship among persons who feel the simplicity of living and the essentiality of customs as values. Songs become a coherent expression of this feeling.

Even if the pieces have been recorded in an amateurish way, the music has kept its main feature: its naturalness, its capacity to be always the same but different, leaving the freedom of the player to re-arrange it staying behind some rules.

The spreading ofthese songs is intended to be evidence of a kind of union able to draw together “restless minorities made up of simple persons”, as Caffi said, rejecting the consumer society that digests and throws out everything, also its humanity.

This little story was born in San Vito, a recognized “musical isle” in high Salento (Apulia) having a vast repertoire of dance music, songs and pizzicas, not by chance. The traditional music background is our soil, for who wants and has chance to “get dirty”.

Inside we feel this music alive in classic extracts as well as in the new ones if rooted in the tradition, mainly when players and listeners are closer.

For Pizzicas it has been played only the instrumental part, leaving aside the vocal ones, as it was in the traditional “therapy team” of brothers Costantino and Vincenzino Vita.

Resting in the barber shop of Vincenzino in Tasso Street during the winter sunset, when everything goes slowly, was like going back to the past. When you came in the shop he went to the back-shop to bring instruments. No drums no songs. In the shop pizzica was played by string instruments without drums, used instead during parties or for tarantism therapy. This pizzica was not a dance music but a melody to be listened, first of all by who was playing it.

When you came in the shop he went to the back-shop to bring instruments. No drums no songs. In the shop pizzica was played by string instruments without drums, used instead during parties or for tarantism therapy.

This pizzica was not a dance music but a melody to be listened, first of all by who was playing it.

The two mazurkes are characterized by their circular form, without an end.

It was a feature of pieces of Vincenzino who was used to close them starting with a new musical phrase.

Songs here come mainly from stories, dreams, cooking smells, moaning. Starting from a recollection, an idea, a fantasy, words easily gather to compose texts, leaving surprised also the author.

Instruments used were the same played by ear when younger.

The mandolin follows the melody of the ancient pizzicas, changing the tonality in a circular way.

Guitar is played as in the past, where was common the “pinch” accompaniment.

Violin in the traditional pizzica ofSan Vito was the prince of the therapeutic music of tarantism of our land, very sought-after when a relative was ill. Its irreplaceable and invasive tone worked like a chirurgical operation to remove the evil, able to reach any corner of the mind.

Drum is played by a double blow in the middle with fingers, as in the Northern Salento, with sporadic triplets, more common in the Southern Salento. It is our age-old way to play this instrument which is going to be lost among guys.

Violin in the traditional pizzica ofSan Vito was the prince of the therapeutic music of tarantism of our land, very sought-after when a relative was ill. Its irreplaceable and invasive tone worked like a chirurgical operation to remove the evil, able to reach any corner of the mind.

Drum is played by a double blow in the middle with fingers, as in the Northern Salento, with sporadic triplets, more common in the Southern Salento. It is our age-old way to play this instrument which is going to be lost among guys.

 

Guitar and voice: Anna Maria Vita

Anna Maria is the daughter ofVincenzino Vita, the mandolinist-barber-knife-grinder

died in 2005 when he was 85, and made famous as one of the upholder of the original pizzica of San Vito in A minor as well as of the SolMi pizzica, now lost, in the pamphlet “The three violins” published in 2002 as research on the tarantism in San Vito.

When Anna Maria was 12, her uncle Costantino, barber poly-instrumentalist, teaches her to play guitar. His barber's shop was like a popular school for traditional music, particularly for guitar and mandolin. This role before was played by Leonardo Berardi, a local well known mandolinist whom Vincenzino succeeded in teaching this music in the town to many people, who is now between 40 and 65 years old.

 

Mandolin: Fernando Giannini.

Well known for his research on tarantism and traditional songs of San Vito, Fernando has started, ten years old, playing under the joiner 80-year-old Vincenzo Grassi guidance, going then to the barber's shop of Costantino Vita for two years.

Drum: Giovanni D'Agnano.

Giovanni is new to this instrument, he has follow the traditional technique of playing it. He has been very useful to deal with technological obstacles in recording the cd.

 

Violin:Alberta Giannini.

Alberta played mandolin for the first time when she was 4. After 8 years playing by ear, she started the academy of music, where she is attending the 7th year. She has playedwith the last violinist of tarantism, the barber Gigi Stifani from Nardò.

 

 

Traduzione: Gelsomina Macchitella

 

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